
Dai banchi di Via Ridola ai 60 anni del “Pentasuglia”: viaggio nella storia della nostra scuola
Frammenti di memoria, aneddoti e sfide nel racconto del Prof. Tommaso Ferrandina, testimone d’eccezione della nascita dell’Istruzione Tecnica a Matera.
Matera, 6 Giugno 2025 – Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: il 1° ottobre 2026 l’Istituto d’Istruzione Superiore “G. B. Pentasuglia” di Matera taglierà il prestigioso traguardo dei 60 anni di autonomia. Per inaugurare il percorso di ricerca storica e la raccolta di testimonianze che guideranno la comunità scolastica verso questo gioioso anniversario, gli alunni della classe 3Cs del Liceo scientifico delle Scienze applicate hanno vissuto una mattinata speciale. Hanno infatti incontrato e intervistato un vero e proprio monumento vivente dell’istituto: il Prof. Ing. Tommaso Ferrandina, tra i primissimi storici presidi della scuola, alla cui guida è rimasto a partire dall’anno scolastico 1968-1969.
Attraverso i suoi ricordi nitidi, precisi e ricchi di aneddoti, l’ing. Ferrandina ha riavvolto il nastro del tempo, riconnettendo la storia dell’istituto con gli anni ruggenti del boom economico e della rinascita italiana.
1962–1964: Le origini e il legame con Taranto
Pochi sanno che l’Istituto Tecnico Industriale di Matera non è nato autonomo, ma come sezione staccata del celebre I.T.I.S.”Righi” di Taranto.
“Nel biennio 1962-1963 il preside dell’istituto tarantino, l’ingegnere Francesco Pavone, su proposta del Ministero, diede vita alle prime classi dell’ITIS a Matera“, ricorda Ferrandina.
Le primissime classi trovarono ospitalità grazie all’Amministrazione Provinciale in via Ridola, negli spazi che oggi ospitano il Palazzo della Provincia (e che in seguito avrebbero accolto anche l’Istituto Agrario). Lì nacquero le prime e, l’anno successivo, le seconde classi.
La svolta logistica avvenne il 1° ottobre 1964, quando l’intera popolazione scolastica dell’epoca – composta da prime, seconde e tre terze (due a indirizzo Elettrotecnica e una a indirizzo Chimica) – venne trasferita in via San Pardo n. 16. A gestire la sede materana per conto del preside Pavone c’era un fiduciario d’eccezione: il professor Damiano Di Serio, docente di matematica severo ma stimatissimo (“Chi prendeva dieci con lui oggi fa l’ingegnere a Torino”), coadiuvato dal prof. Eustachio Dragone, docente di educazione fisica. Fu proprio in quel 1° ottobre 1964 che un giovanissimo Tommaso Ferrandina fece il suo ingresso nella scuola come docente di Elettrotecnica.
1966: L’Autonomia e la scelta del nome “Pentasuglia”
Con il progressivo completamento del ciclo di studi fino alla quinta classe, il 1° ottobre 1966 l’istituto ottenne finalmente l’autonomia giuridica ed economica tramite decreto ministeriale. Il primo preside incaricato fu l’ingegnere meccanico Nicola De Palma, proveniente dall’istituto professionale di Bari, che resse la scuola per l’anno 1966-67.
Nei due anni successivi (1967-69) la presidenza passò all’ingegnere elettrotecnico Luigi Boccuni. Fu proprio durante la gestione Boccuni che l’istituto trovò la sua identità profonda. Il preside riunì una mattina i professori materani storici – tra cui lo stesso Ferrandina, Damiano Di Serio e Michele Pentasuglia – sfidandoli a trovare un nome per la scuola:
“Cominciammo a pensare ai grandi scienziati del passato”, racconta Ferrandina. “Poi mi venne un’idea: perché non pensiamo a un materano? Qualcuno che si sia distinto storicamente, ma con un legame con le nostre materie. Pensai a Gian Battista Pentasuglia, garibaldino dei Mille, ma soprattutto telegrafista e antesignano dell’elettricità“.
La proposta, supportata da una dettagliata relazione storica redatta dal prof. Pentasuglia (omonimo e docente di italiano), fu approvata dal Consiglio d’Istituto e accolta con enorme entusiasmo dal Provveditore agli Studi reggente dell’epoca, il compianto Donato Antonio Del Salvatore, fiero materano puro.
Il “Doppio Ruolo” di Ferrandina: Docente e Preside per Merito
La storia personale dell’ingegner Ferrandina si intreccia in modo straordinario con quella della scuola. Abilitatosi a Pisa nel 1967, nel 1968 affrontò a Roma il durissimo concorso nazionale a cattedra: su 500 candidati da tutta Italia, risultò tra i 17 vincitori di ruolo, un’impresa titanica per un giovane senza i punteggi derivanti da anni di servizio o carichi familiari.
Dopo un anno di prova al “Panetti” di Bari, nel 1969 ottenne il trasferimento a Matera. Ma proprio in quell’anno il preside Boccuni si trasferì a Lecce, lasciando l’istituto senza guida. Il Provveditore Del Salvatore non ebbe dubbi e impose al giovane Ferrandina la presidenza.
L’anno scolastico 1969-1970 fu così un vero tour de force: Ferrandina ricoprì il ruolo di Preside incaricato e, contemporaneamente, mantenne una cattedra di ben 20 ore settimanali per completare il suo secondo anno di prova da vincitore di concorso, costantemente monitorato dallo stesso Provveditore. Ferrandina resterà alla presidenza fino al 1978, anno in cui decise di lasciare l’ufficio per tornare a tempo pieno tra i suoi amati studenti, rimanendo in cattedra fino al pensionamento, avvenuto nel 1996.
L’evoluzione degli indirizzi: La rivoluzione dell’Informatica nel 1970
Se l’Elettrotecnica e la Chimica Industriale avevano costituito l’ossatura iniziale del Pentasuglia (con i primi diplomati della storia sfornati nel 1967), il 1970 segnò una rivoluzione epocale.
Subito dopo Ferragosto, al preside Ferrandina arrivò un telegramma ministeriale improvviso: “Dal 1° ottobre 1970 presso l’ITIS di Matera funzionerà la specializzazione Informatica”.
“Mi vennero i brividi freddi”, confessa l’ingegnere. “Non sapevo cosa fare, non c’erano apparecchiature né professori“.
La prima battaglia fu sui quadri orari: l’informatica imponeva lo studio della lingua inglese al posto del francese, scatenando le proteste di sindacati e famiglie, resistenze che il preside superò con lungimiranza. Per i docenti, Ferrandina si affidò all’ingegnere elettronico Tommaso Pellegrino, che aveva studiato la materia all’Università di Bologna. Insieme a lui e all’ingegner Tommaso Loperfido, si andò a studiare come funzionavano i pochissimi centri informatici d’Italia.
Erano i tempi eroici dei mainframe IBM e delle schede perforate: i programmi venivano scritti a mano, le schede venivano letteralmente “perforate” una a una con apposite macchine, inserite in pile nell’elaboratore che le leggeva e, infine, veniva elaborato il codice. L’indirizzo divenne subito un successo travolgente, tanto da costringere la scuola a introdurre criteri di selezione severissimi (basati sui voti in matematica, fisica e inglese delle scuole medie) per gestire le oltre 70 domande annuali a fronte di laboratori ancora minuscoli.
La Meccanica sarebbe arrivata molto più tardi, con i primi periti diplomati nel 1987, espandendo ulteriormente l’offerta formativa.
L’epopea di Via San Pardo: Rotazioni, Incastri e “Passeggiate”
I ricordi più coloriti dell’intervista descrivono una scuola pionieristica, costretta a fare i conti con spazi ridottissimi e una crescita esponenziale di iscritti.
La sede di via San Pardo era un labirinto millimetrico: il piano terra ospitava l’officina elettromeccanica, i laboratori di misure, l’officina saldatura (con ossigeno ed elettrica) e la torneria con 10 torni. Al primo piano c’erano i grandi laboratori di chimica (analisi quantitativa, tecnica e organica). In fondo, la presidenza e il primo laboratorio di informatica, ricavato in una stanza che fungeva anche da biblioteca e sala professori.
Le aule erano così piccole da poter ospitare al massimo 18 banchi. Per far quadrare i conti, la scuola adottò una rotazione continua: quando una classe andava in laboratorio per quattro ore, la sua aula veniva occupata da un’altra classe. Un’altra succursale fu aperta a 90 gradi rispetto alla principale, tra via San Pardo e via Leonardo da Vinci, per ospitare il biennio e i laboratori di fisica.
L’aneddoto più memorabile riguarda però l’Educazione Fisica. In via San Pardo non esisteva una palestra. I professori facevano l’appello in aula e poi… guidavano gli studenti in una vera e propria “passeggiata” fino al campo sportivo cittadino.
“Tra andare e tornare passava un quarto d’ora, per strada i ragazzi compravano il panino e l’ora di ginnastica diventava una camminata“, sorride Ferrandina.
Una situazione che creava enormi problemi di responsabilità civile e logistica, specialmente quando pioveva o nevicava, costringendo i professori a fare lezione sulle scalinate o a inventarsi spazi di fortuna. “Quando oggi vedo le vostre due splendide e grandi palestre”, ha confessato commosso il professore agli studenti della 3Cs, “mi viene quasi da piangere pensando a quello che non avevamo noi”.
Il “Pentasuglia” oltre i confini: La nascita della sede di Ferrandina
Il dinamismo dell’istituto materano sotto la guida di Ferrandina fu tale che nel 1971 la scuola dovette farsi carico dell’istituzione di una nuova sezione staccata nel comune di Ferrandina.
Anche in quel caso fu un’avventura logistica: il preside in persona girò le scuole medie della provincia (Ferrandina, Pisticci, Pomarico, Bernalda) per fare orientamento e iscrivere le prime due classi, trovando poi ospitalità nei locali dell’Istituto Professionale Maschile grazie alla mediazione del presidente della Provincia Saverio D’Amelio.
Nacque così una complessa disputa politica: d’Amelio voleva fortemente l’indirizzo di Chimica Industriale a Ferrandina per via della vicinanza con le industrie della Valbasento. Ferrandina avrebbe preferito mantenere la chimica a Matera per scambiarla con Elettronica e Telecomunicazioni, ma la storia diede vita a un polo chimico di grande rilevanza nella provincia. Per i continui spostamenti tra Matera e la succursale, il Ministero autorizzò persino l’acquisto di un’auto di servizio per l’istituto.
Un messaggio per il futuro: “Imparate a scrivere in Italiano”
In chiusura della sua bellissima testimonianza, l’Ing. Ferrandina ha voluto lanciare un monito di straordinaria attualità ai futuri periti e scienziati del domani, ricordando le sue storiche “ispezioni” dei quaderni di laboratorio in cui correggeva la sintassi prima ancora delle formule:
“Ci tenevo e ci tengo moltissimo all’italiano. Dovete saper scrivere bene. Quando sarete nel mondo del lavoro, in laboratorio, dovrete fare delle relazioni tecniche. Quelle relazioni vanno scritte in un italiano chiaro e comprensibile da terze persone. Spesso i tecnici che venivano dal Nord Italia facevano vedere di sapere tutto, ma poi scrivevano relazioni che erano frane sintattiche. Non mi importa se non conoscete a memoria una cantica del Purgatorio, ma dovete saper usare la lingua per farvi capire. La vostra vita professionale si baserà sull’italiano“.
Un insegnamento prezioso che la classe 3Cs e l’intero Istituto “Pentasuglia” custodiranno gelosamente, mentre aprono ufficialmente i registri della memoria per prepararsi a soffiare, nel 2026, su sessanta candeline di eccellenza, passione e futuro.
Articolo che riorganizza le preziose memorie storiche e gli aneddoti emersi dall’intervista dell’ing. Tommaso Ferrandina, curata dagli studenti della classe 3Cs del Liceo Scientifico delle Scienze Applicate con la supervisione dei docenti Camilla De Ruggieri e Gianfranco Cosola.

