Il ricordo di Isabella Quatraro

Il ricordo di Isabella Quatraro

Isabella Quatraro ha rappresentato una figura storica dell’Istituto “G.B. Pentasuglia”. Collaboratrice scolastica dal 1972 al 2012, entrò in ruolo nel settembre del 1973 e, nel corso di quasi quarant’anni di servizio, divenne un autentico punto di riferimento per l’intera comunità scolastica.

Per tutti era molto più di una collaboratrice scolastica: era il volto dell’accoglienza dell’Istituto e, di fatto, il cuore operativo della Presidenza. Era la prima persona che studenti, docenti, genitori e visitatori incontravano entrando a scuola. Gli alunni si rivolgevano a lei per le giustifiche, i docenti la contattavano telefonicamente per ogni comunicazione durante la giornata e collaborava attivamente nell’organizzazione delle sostituzioni del personale assente.

Con competenza, senso del dovere e grande umanità, Isabella svolgeva un ruolo fondamentale nella vita quotidiana della scuola. Era una presenza autorevole, tanto da essere scherzosamente soprannominata da tutti la Preside, appellativo che testimoniava la stima e il rispetto conquistati negli anni. Dietro quell’autorevolezza, però, si celava una persona affettuosa, sempre disponibile e premurosa, capace di prendersi cura degli studenti e dei colleghi con la sensibilità e l’attenzione di una mamma.

La figlia Antonella, diplomata in Meccanica presso il Pentasuglia nel 1996 e oggi receptionist presso l’Agenzia Spaziale Italiana, ha voluto condividere un ricordo della madre, affinché la sua dedizione, il suo esempio e il suo amore per la scuola rimangano vivi nella memoria di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla.

Isabella attraverso gli occhi della figlia

Il sole di Matera non aveva ancora scaldato i sassi quando Isabella Quatraro infilò la chiave nella serratura del Pentasuglia. Era il suo ultimo giorno di scuola. Quarant’anni prima, quando aveva varcato quella soglia per la prima volta, i corridoi profumavano di cera fresca e gesso; oggi odoravano di computer nuovi e disinfettante, ma l’anima dell’Istituto Industriale era rimasta la stessa.

Per quattro decenni, Isabella era stata molto più di una collaboratrice scolastica addetta alla segreteria e alla presidenza: era stata il baricentro emotivo della scuola.

La sua postazione, proprio di fronte alla porta del Capo, era una sorta di dogana dell’anima. Lì si erano fermate intere generazioni. Ragazzi con le mani sudate per la paura di un’interrogazione di chimica, matematica, informatica, italiano, però li avevano trovato una spalla, una mamma (la mia) che dava loro consigli, conforto, asciugando lacrime, dicendo sempre la stessa cosa (anche a noi 4 figli tutti periti) «Respira, non è la fine del mondo».

Professori neolaureati, rigidi nei loro completi nuovi e terrorizzati dalle classi più turbolente, si erano sentiti dire dietro a un caffè: «Professò, non gridi. Li guardi negli occhi e gli parli di cose vere. Funziona sempre». Isabella aveva servito lo Stato con una dedizione impeccabile, ma aveva servito l’umanità con gioia e altruismo. La sua dote più grande era l’ascolto. Capiva dal rumore dei passi nei corridoi chi avesse bisogno di una parola di conforto o di un silenzio Genitori disperati perché i figli volevano lasciare gli studi, ragazzi scapestrati, ma lei con la sua grande determinazione riusciva a confortate e a fare ragionare quest’ultimi a non mollare mai. Aveva visto i ragazzi degli anni settanta/ ottanta, con i registri cartacei e i capelli lunghi, diventare i genitori – e in qualche caso i professori – degli studenti nativi digitali che oggi riempivano le aule. Per tutti, lei era semplicemente “Isabella”, un’istituzione nell’istituzione.

E poi c’erano i presidi. Ne aveva visti cambiare quattro. Il primo era stato un uomo d’altri tempi, severo e distante, che alla fine del mandato le aveva confessato che senza i suoi promemoria avrebbe dimenticato persino i collegi docenti. Il secondo, un burocrate ansioso, trovava pace solo quando Isabella gli parlava e l’ascoltava nei suoi discorsi lunghi al massimo d’innanzi a quel tè alla menta che riusciva a sciogliere le tensioni delle circolari ministeriali più intricate. Il terzo era stato un uomo giovane, energico ma fragile, che nei momenti di sconforto chiudeva la porta della presidenza solo per confidarsi cinque minuti sulla spalla di Isabella, trovando sempre il consiglio giusto per risolvere una crisi con i sindacati o con le famiglie. L’ultimo, l’attuale dirigente, era entrato in carica da pochi anni: un giovane ex alunno dell’istituto che, il giorno del suo insediamento, l’aveva abbracciata dicendo: «Se sono diventato preside, Isabella, è anche merito di quella volta che mi hai convinto a non mollare la scuola».

Verso le undici, la campanella della ricreazione suonò in modo strano. Non fu il solito trillo breve, ma un suono prolungato. Isabella si affacciò al corridoio centrale e si bloccò. C’erano tutti. Centinaia di studenti stipati lungo i ballatoi, i docenti schierati, il personale di segreteria e, in prima fila, il preside insieme a due dei suoi predecessori, tornati al Pentasuglia per l’occasione. Un applauso scrosciante, lungo, che sembrava non voler finire mai, fece tremare le pareti dell’istituto. I ragazzi esposero uno striscione colorato: “40 anni di promemoria, consigli e sorrisi. Buona pensione, Isabella!”. Isabella si portò le mani alla bocca, gli occhi lucidi che riflettevano la luce della sua Matera. Non aveva solo pulito stanze o protocollato faldoni; aveva custodito i cuori di una comunità intera. Guardando quel mare di volti, dai sedicenni di oggi ai cinquantenni di ieri, capì che il suo servizio non sarebbe mai finito davvero: era diventato parte della storia di ognuno di loro.

Ecco questa è la storia della mia mamma purtroppo avrebbe voluto raccontarvi lei tante altre cose con aneddoti e vicissitudini, momenti di gioia vissuti nella comunità scolastica, ma il destino è stato crudele.

Buona scuola a tutti voi e non mollare mai fate sempre quello che vi dice il cuore.

Un grande abbraccio

Antonella Paolicelli

Per non dimenticare Isabella