Gli anni Ottanta: c’era una volta il Pentasuglia

Ci sono decenni che si ricordano per gli avvenimenti della storia. E poi ci sono decenni che si ricordano semplicemente perché li abbiamo vissuti.

Gli anni Ottanta sono stati questo.

Per chi era adolescente allora, bastano poche immagini per tornare indietro nel tempo: il rumore di una musicassetta inserita nel Walkman, il fruscio della puntina sul vinile, i jeans Levi’s consumati sulle ginocchia, il motorino parcheggiato davanti al bar, le sale giochi illuminate dalle insegne al neon, le domeniche al cinema e le interminabili discussioni sulle canzoni ascoltate alla radio.

Era il decennio dell’ottimismo. Dopo gli anni difficili segnati dalle tensioni sociali e politiche, i giovani avevano ricominciato a guardare al futuro con entusiasmo. La musica accompagnava ogni momento della giornata: le hit trasmesse dalle radio private, MTV che rivoluzionava il modo di vivere i videoclip e Top Gun che faceva sognare cieli, libertà e avventura. Bastava poco per sentirsi felici: una compagnia di amici, una partita a biliardino, un panino mangiato insieme, una cassetta registrata con pazienza per l’amico del cuore. C’era la passione per i primi computer domestici, come il Commodore 64, che aprivano le porte a un mondo ancora tutto da esplorare; per i giochi elettronici tascabili, destinati di lì a poco ad avere nel Game Boy il loro simbolo; e per le immancabili raccolte di figurine e adesivi Panini, oggetto di infiniti scambi durante la ricreazione. Erano piccoli gesti, semplici abitudini e grandi passioni che, ancora oggi, riescono a riportare alla memoria il profumo e l’entusiasmo di quegli anni.

Anche a Matera si respirava quell’aria.

Ogni mattina centinaia di ragazzi raggiungevano il Pentasuglia con cartelle pesanti, grembiuli da laboratorio e tanta curiosità. Molti arrivavano senza sapere ancora quale sarebbe stato il loro futuro, ma tutti avevano la stessa sensazione: quella di entrare in una scuola diversa, dove la teoria prendeva forma con il rumore delle macchine utensili e con l’odore del ferro appena lavorato.

Nei primi due anni non esistevano ancora gli indirizzi specialistici. Tutti percorrevano la stessa strada.

Le lezioni si svolgevano nella sede di via Leonardo da Vinci a Matera, dove oggi sorge il Guinness Pub. Sei aule, il laboratorio di Fisica e, soprattutto, quel luogo che ancora oggi fa brillare gli occhi a tanti ex studenti: il Laboratorio di Aggiustaggio Meccanico.

Per molti era una vera palestra di vita.

2A Inf a.s. 1983-1984 officina

Il professor Tucci non insegnava soltanto a usare una lima o un tornio. Insegnava la pazienza, la precisione, il rispetto delle regole e l’orgoglio del lavoro ben fatto.

Si partiva da un semplice pezzo di acciaio grezzo. Sembrava un blocco qualsiasi. Ma lentamente, colpo dopo colpo, misurazione dopo misurazione, prendeva forma qualcosa di preciso, perfetto. Prima il truschino, poi il bulino, quindi la lima. Si controllavano continuamente le quote con il calibro e il micrometro. Bastava una distrazione e bisognava ricominciare. Nessun computer avrebbe potuto correggere un errore. Alla fine del percorso, ciascuno riusciva a realizzare una piccola incudine. Non era soltanto un esercizio. Era la dimostrazione concreta che la pazienza, unita alla competenza, poteva trasformare un pezzo di ferro in un oggetto costruito con le proprie mani.

ll biennio si concluse con una semplice ma significativa gita di un giorno al Belvedere di Murgia Timone, affacciato sui Sassi di Matera. Non era un viaggio lontano né una meta esotica, ma bastava quel panorama mozzafiato a rendere speciale una giornata trascorsa insieme. Tra fotografie, risate e gli ultimi scherzi tra compagni, si respirava già un’atmosfera diversa: per qualcuno sarebbe stato un arrivederci, per altri un addio. Quel momento segnava infatti la fine di un percorso condiviso e l’inizio di nuove strade.

2A INF AS1984 Sassi ITIS Pentasuglia Matera
2A INF AS1984 Sassi ITIS Pentasuglia Matera

Il biennio rappresentava un autentico banco di prova. Non tutti riuscivano a superarlo: la selezione era rigorosa e richiedeva impegno, costanza e solide basi nelle discipline tecniche e scientifiche. Solo gli studenti che avevano dimostrato preparazione e determinazione potevano accedere agli indirizzi di specializzazione.

Per chi ce la faceva, si apriva una nuova fase del percorso scolastico. Era il momento della prima vera scelta: decidere l’indirizzo che avrebbe orientato gli studi e, spesso, anche il futuro professionale. Le classi venivano completamente riorganizzate; gli amici con cui si erano condivisi i primi due anni prendevano talvolta strade diverse, mentre nascevano nuovi gruppi, nuove amicizie e nuove sfide. Era un passaggio importante, vissuto con un misto di entusiasmo e di nostalgia, perché segnava il confine tra gli anni della formazione comune e quelli della specializzazione, sempre più vicini al mondo del lavoro.

Nel 1984 nacque così la nuova 3ª A Informatica, composta da studenti provenienti dalle diverse seconde classi. Era una classe nuova, ma soprattutto rappresentava un mondo nuovo. L’informatica, allora, era una disciplina ancora misteriosa. Pochissimi immaginavano che nel giro di pochi decenni avrebbe cambiato la vita di tutti. Le lezioni si tenevano presso alcune aule del Liceo Scientifico “Dante Alighieri”. L’anno successivo la classe trovò casa nella palazzina di via XX Settembre.

In laboratorio facevano la loro comparsa macchine che oggi sembrano uscite da un museo, ma che allora rappresentavano il futuro: gli Apple IIc e gli Olivetti M24. Si programmava in BASIC, Pascal, FORTRAN, COBOL, linguaggio C e Assembler. Le stampanti ad aghi lavoravano senza sosta, producendo interminabili pile di fogli continui. Il rumore era continuo, quasi ipnotico. Ogni listato stampato rappresentava ore di lavoro, tentativi, errori e correzioni. Era il tempo in cui Internet non esisteva, il mouse faceva la sua prima comparsa e salvare un programma significava affidarlo a un floppy disk. Si stava vivendo una vera rivoluzione: si passava dai grandi elaboratori centralizzati, come l’IBM Serie 1, ai personal computer collegati tra loro attraverso le prime reti locali con cavo coassiale.

Eppure ci sembrava di vivere nel futuro.

Poi arrivò il quinto anno, era l’anno scolastico 1986-1987, ed arrivò un altro cambiamento importante.

Tutte le classi dell’indirizzo Informatica si trasferirono nella nuova sede di Contrada Rondinelle, lungo la strada per Altamura. Ogni mattina gli autobus partivano da Piazza Matteotti carichi di studenti ancora assonnati. Durante il viaggio si ripassava una verifica, si scherzava, si raccontavano le uscite del sabato sera. Anche la ricreazione aveva il suo rito immancabile. Arrivava un venditore ambulante con panini imbottiti che, ancora oggi, molti ricordano come se ne sentissero il profumo.

Quello che sembrava lontanissimo era ormai davanti agli occhi.

La visita di leva a Potenza. La patente. La gita a Milano, con la visita alla sede IBM di Vimercate. Le ultime interrogazioni. Il precetto pasquale a Picciano. Il pranzo con i professori a Castellaneta Marina. L’ultimo giorno di scuola. Poi il silenzio delle prove scritte. Italiano. Informatica. L’attesa degli orali. L’emozione dell’ultimo esame. Infine il diploma.

Quel voto scritto sul tabellone non rappresentava soltanto la conclusione di cinque anni di studio. Era il biglietto d’ingresso nella vita adulta. Molti di quei ragazzi sarebbero diventati ingegneri, tecnici, imprenditori, insegnanti, dirigenti. Altri avrebbero seguito strade completamente diverse. Ma tutti portarono con sé qualcosa imparato tra quelle aule e quei laboratori.

Oggi il Pentasuglia è profondamente cambiato. La scuola dispone di una sede moderna, laboratori all’avanguardia e tecnologie che allora sarebbero sembrate fantascienza. Sono cambiati gli edifici. Sono cambiati gli strumenti.  Sono cambiate perfino le professioni. Ma non è cambiata la missione della scuola: formare giovani pronti ad affrontare il futuro con competenza, passione e curiosità.

Sessant’anni dopo, guardando quelle fotografie ingiallite, non rivediamo soltanto una scuola. Rivediamo una parte della nostra vita. Perché il Pentasuglia non è stato semplicemente un istituto tecnico. Per migliaia di ragazzi è stato il luogo dove sono nate amicizie destinate a durare una vita, dove si sono costruiti sogni, dove si è imparato che dietro ogni progetto, ogni macchina e ogni innovazione c’è sempre il lavoro dell’uomo. Ed è forse questo il più grande insegnamento che quella scuola continua ancora oggi a trasmettere.

Sessant’anni di storia. Migliaia di studenti. Un’unica grande comunità che continua a costruire il futuro.

V A INFORMATICA AS1987 ITIS Pentasuglia Matera
V A INFORMATICA AS1987 ITIS Pentasuglia Matera

Anno scolastico 1986/1987 – Classe 5ª A Informatica

Una fotografia che racchiude un momento irripetibile: l’ultimo anno insieme, alle soglie della maturità e dell’ingresso nella vita adulta.

In piedi (fila superiore), da sinistra: Giovanni Palumbo, Vito Vitullo, Raffaele Riccardi, Gianfranco Cosola, Tommaso De Caro, Cosimo Bitella.

Fila centrale, da sinistra: Filippo Dubla, Roberto Linzalone, Flora Manicone, Pietro Scano, Lorenzo Marcosano, Massimo Pomarici, Francesco Lionetti.

Accosciati, da sinistra: Giorgio Cirillo, Paolo Ambrico, Giuseppe Di Lecce, Giovanni Raguso, Tommaso Perrone, Giacomo Matera Capicciuti.

Una classe che, a quasi quarant’anni di distanza, continua a rappresentare un piccolo ma significativo capitolo della storia dell’ITIS Pentasuglia e della comunità scolastica che, da sessant’anni, forma generazioni di studenti.

Articolo realizzato con il contributo del prof. Gianfranco Cosola.