Gli anni Duemila: la Meccanica del Pentasuglia

Quando il futuro aveva il rumore delle macchine utensili

Gli anni Duemila arrivarono portandosi dietro l’euforia di un nuovo millennio. Il mondo aveva appena attraversato la paura del Millennium Bug, quella profezia tecnologica che avrebbe potuto mandare in tilt computer e sistemi allo scoccare della mezzanotte del 1° gennaio 2000. Ma il mondo non si fermò. I computer continuarono a funzionare, le città si accesero e il nuovo millennio cominciò con la sensazione che il futuro fosse finalmente arrivato.

Erano gli anni dei primi telefoni cellulari sempre più diffusi, dei Motorola e dei primi SMS, dei lettori CD e dei primi MP3, di Internet che entrava lentamente nelle case e nelle scuole. I cellulari, però, non li avevano ancora tutti: qualcuno aveva un Motorola, qualcun altro ricordava ancora il curioso telefono della Coca-Cola ottenuto raccogliendo i punti della benzina. Per molti ragazzi, possedere un cellulare era ancora qualcosa di speciale.

Anche a Matera si respirava quell’aria.

Ogni mattina centinaia di ragazzi raggiungevano il Pentasuglia con cartelle pesanti, quaderni, grembiuli da laboratorio e quella curiosità che accompagna chi sa di essere davanti a qualcosa di importante. Molti non sapevano ancora quale sarebbe stato il loro futuro, ma avevano già imparato che, in quella scuola, il futuro si poteva costruire con le proprie mani.

La Meccanica: il futuro prendeva forma

Nell’Indirizzo di Meccanica, il futuro aveva un suono ben preciso: quello delle macchine utensili in funzione, degli strumenti di misura, dei motori e degli impianti di laboratorio.

Non era soltanto teoria.

I ragazzi imparavano a fabbricare e montare componenti meccanici, a elaborare cicli di lavorazione, a progettare elementi e semplici gruppi meccanici, a controllare e collaudare materiali e prodotti finiti.

Nel laboratorio di Sistemi e Automazione la meccanica incontrava sempre più l’elettronica e l’informatica. Si studiavano gli impianti e i sistemi automatizzati di produzione, i servomeccanismi e i PLC, mentre le tecnologie informatiche iniziavano a diventare strumenti indispensabili anche per la progettazione e la produzione meccanica.

Si guardava già alle macchine CNC, alla programmazione dei centri di lavoro e al controllo automatizzato della produzione.

Per gli studenti di allora, tutto questo aveva qualcosa di sorprendente.

Eppure ci sembrava di vivere nel futuro.

E in fondo era proprio così.

Quei laboratori stavano preparando ragazzi a professioni che sarebbero diventate sempre più legate all’automazione, all’informatica, alla progettazione digitale e ai processi produttivi avanzati.

I professori, la scuola, gli anni che restano

A rendere speciale quell’esperienza erano anche gli insegnanti.

Professori preparatissimi, capaci di trasmettere non soltanto conoscenze, ma il senso concreto del lavoro e della professionalità. Tra i nomi che molti ex studenti ricordano ci sono i docenti di Meccanica prof. Mario Venezia, il prof. Eugenio Tremamunno e il prof. Francesco De Salvo, insieme ai codocenti prof. Rocco Lacovara, prof. Tommaso Simonetti e prof. Giuseppe Piancazzo, la docente di Matematica prof.ssa Grazia Calabrese e di Inglese prof.ssa Marisa Giuffrida .

Erano anni in cui il rapporto tra docente e studente si costruiva anche dentro il laboratorio: davanti a una macchina, durante una prova, correggendo un errore, ripetendo un procedimento fino a quando finalmente tutto funzionava.

E proprio per questo, a distanza di anni, non si ricordano soltanto le materie studiate.

Si ricordano le persone.

Una fotografia sgranata e una storia da raccontare

Tra le fotografie di quegli anni ce n’è una particolarmente significativa.

È una fotografia sgranata. Alcuni ragazzi sono seduti davanti all’ingresso della scuola. Non stanno aspettando l’autobus e non sono lì per una normale fotografia di classe.

Sono lì perché volevano essere ascoltati.

Erano gli anni di un passaggio importante nella storia dell’Istituto, quello tra la dirigenza del prof. Francesco Mazzitelli e la nuova gestione affidata al prof. Antonio Bonamassa.

Il cambio di dirigenza portò con sé anche nuovi modi di interpretare la scuola, nuove decisioni e inevitabili momenti di confronto. In quella circostanza, gli studenti delle classi quinte avevano chiesto di poter discutere della mancata autorizzazione del viaggio di istruzione.

Quel giorno, il dialogo che cercavano non arrivò come speravano.

E così rimasero lì, seduti davanti all’ingresso.

Oggi quella fotografia racconta molto più di una protesta. Racconta un’età della vita in cui si crede ancora che sia possibile cambiare le cose semplicemente facendosi sentire. Racconta ragazzi che, pur con modalità diverse da quelle di oggi, sentivano di avere una voce e volevano utilizzarla.

Le immagini sono sfocate, proprio come lo sono ormai molti ricordi di quegli anni.

Ma forse è proprio questa la loro forza.

In quella fotografia ci sono ragazzi con i capelli e le mode di allora, qualche cellulare in tasca e tanti sogni ancora da scoprire. Ci sono giovani che oggi, probabilmente, hanno famiglie, professioni e responsabilità.

Eppure, guardandoli, è facile riconoscere ancora gli studenti che furono.

La Meccanica e le ragazze: una presenza preziosa

C’era poi una particolarità che oggi può sembrare quasi sorprendente: le ragazze nell’indirizzo di Meccanica erano poche.

La Meccanica era ancora percepita soprattutto come un percorso maschile, legato alle macchine, alla produzione industriale e alla manualità. Per questo la presenza di una ragazza in classe non passava inosservata.

Erano poche, ma proprio per questo la loro presenza aveva un significato particolare.

Quelle studentesse rappresentavano già allora un’idea di scuola più aperta, nella quale le competenze non avrebbero dovuto avere un genere e nella quale anche le professioni tecniche potevano essere una scelta per tutti.

Gli anni Duemila, visti da oggi

Nel frattempo, fuori dalle aule, il mondo correva.

Internet diventava sempre più presente, i telefoni cellulari si trasformavano rapidamente, arrivavano i primi social network e la tecnologia cambiava il modo di comunicare, lavorare e vivere.

Anche il Pentasuglia cambiava.

Le tecnologie informatiche entravano sempre più nei laboratori. La progettazione digitale, l’automazione e il controllo numerico rendevano evidente quanto rapidamente stesse cambiando il mondo della produzione.

Gli studenti lo percepivano ogni giorno.

Quello che sembrava lontanissimo era ormai davanti ai loro occhi.

E forse è proprio questa una delle caratteristiche più belle di un istituto tecnico: studiare oggi strumenti e tecnologie che appartengono già al domani.

Sessant’anni dopo

Oggi il Pentasuglia è profondamente cambiato.

Gli edifici sono diversi, i laboratori sono più moderni, le tecnologie sono infinitamente più potenti e le professioni sono cambiate. Quelle macchine che allora sembravano avveniristiche oggi appartengono alla storia della scuola.

Ma c’è qualcosa che non è cambiato.

È la missione del Pentasuglia: formare giovani capaci di affrontare il futuro con competenza, passione e curiosità.

La Meccanica di quegli anni è stata una parte importante di questa storia. Una storia fatta di macchine, disegni tecnici, PLC, CNC, laboratori, verifiche, professori esigenti, amicizie, discussioni, viaggi desiderati e qualche inevitabile protesta.

Una storia fatta soprattutto di persone.

E allora, sessant’anni dopo la nascita del Pentasuglia, quando riguardiamo quelle fotografie ingiallite e quelle immagini sgranate, non vediamo soltanto una scuola.

Vediamo una parte della nostra vita.

E forse è proprio questo il significato più autentico di celebrare sessant’anni di storia: ricordare non soltanto ciò che la scuola è stata, ma tutte le persone che, attraversandola, hanno contribuito a renderla ciò che è oggi.

Anno scolastico 2005/2006 – Classe 5ª A Meccanica

Articolo realizzato con il contributo della prof.ssa Maria Rosaria Caserta.