Sul finire degli anni Ottanta, la scuola italiana somigliava a un quadro dipinto cinquant’anni prima e mai più spolverato. Fuori dalle aule, il mondo iniziava a correre lungo i primi cavi di rete e i circuiti stampati; dentro, il gesso strideva ancora su lavagne nere, accompagnando programmi pensati per un secolo che stava ormai scivolando via.
Fu proprio in quell’atmosfera di attesa e fermento che, nel 1988, il sottosegretario Beniamino Brocca decise che era tempo di voltare pagina: chiamò a raccolta centinaia di docenti, visionari ed esperti per provare a disegnare, finalmente, la scuola del futuro. Tra le tante intuizioni nate da quel cantiere di idee, una spiccava per coraggio e un pizzico di insolenza: il Liceo Scientifico-Tecnologico.
Per la prima volta nella storia della scuola italiana, un liceo compiva un gesto rivoluzionario: congedava il latino per spalancare le porte al linguaggio del domani. Al posto dei vocabolari di Cicerone e Seneca, sui banchi facevano la loro comparsa i primi computer desktop, enormi, grigi, rumorosi come piccoli reattori, affiancati dai primi manuali di programmazione. L’informatica smetteva di essere una parentesi noiosa in fondo al libro di matematica e diventava una materia con una sua dignità, viva e pulsante.
Ma la vera anima dello Scientifico-Tecnologico non stava dietro una cattedra. Era una scuola in cui ci si sporcava le mani. Per la prima volta, ragazzi con un’impostazione liceale indossavano il camice bianco e si chiudevano nei laboratori di chimica, fisica e biologia, oppure si chinavano sui banchi da disegno tra riga, squadra e i primi pionieristici software CAD. La scienza cessava di essere un’astrazione su carta: la reazione la vedevi bollire nella provetta, le leggi della fisica le misuravi con gli strumenti e la geometria la costruivi a schermo.
Non era, sia chiaro, una scuola per plasmare meri tecnici da catena di montaggio. Lo spirito di Brocca rimaneva profondamente liceale: la convinzione di fondo era che per governare la tecnologia servisse una mente agile e critica, formata sulla filosofia, la letteratura, la storia e persino su nozioni di diritto ed economia. Non servivano esecutori, ma teste ben fatte.
Notando la portata del progetto, gli Istituti Tecnici Industriali d’Italia alzarono subito la mano: con le loro officine e dotazioni all’avanguardia, offrivano l’habitat perfetto per accogliere quell’esperimento.
A Matera, per raccogliere la sfida del Progetto Brocca e gestire la marea di iscrizioni di quel periodo, l’ITIS si trovò a dover fare i conti con la propria realtà logistica. Negli ultimi anni del Novecento, l’istituto non era semplicemente una scuola: era un’esperienza sensoriale a 360 gradi, e gran parte del merito andava alla leggendaria sede di San Pardo.
Dimenticatevi i moderni campus d’avanguardia. La sede di San Pardo era, molto più prosaicamente, un edificio privato per il quale la Provincia staccava ogni anno un regolare e salato assegno d’affitto. Una struttura che di scolastico aveva ben poco, arrampicata su una serie di piani collegati da rampe di scale che sembravano studiate apposta per testare la resistenza cardiaca degli studenti del biennio e dei docenti. Già, perché lì dentro ci finivano principalmente le reclute, i ragazzi delle prime e delle seconde, ammassati in un’epoca in cui il calo demografico era ancora fantascienza e le sezioni dell’istituto viaggiavano allegre fino alla lettera M. Insieme a loro, le prime classi dell’esperienza Brocca, verso le quali pochi all’inizio davano credito si aggiravano tra i corridoi canticchiando, prima di entrare in classe, i pezzi musicali del momento. Sbancavano i Lighthouse Family con il loro brano più famoso, High.
Ma il vero elemento caratterizzante di San Pardo era la posizione geografica: la scuola sorgeva a un soffio dai binari delle Ferrovie Appulo Lucane, la linea che da Bari si arrampica tenace fino al centro di Matera. Il risultato? Un’esperienza sismica controllata, più o meno ogni ora.
I treni non si limitavano a passare: annunciavano la propria presenza. Al loro avvicinarsi, un fragore sordo di metallo su metallo iniziava a salire dalla strada e l’intera struttura cominciava a tremare vistosamente. Per i professori appena assunti e le matricole ai primi giorni, la scena era sempre la stessa: sguardi sbarrati, penna sospesa a mezz’aria, attimo di terrore puro e testa che scattava verso la porta d’uscita, convinti che stesse arrivando il terremoto del secolo.
Per i vecchi del posto, invece, la reazione era uno sbadiglio. Nel giro di un mese, quel cataclisma su rotaie diventava così familiare da trasformarsi in un elemento d’arredo sonoro. Non solo ci si faceva l’abitudine, ma il treno finiva per competere direttamente con la campanella: «Professore, è passato il Bari delle 11:15, è ricreazione.» «Professoressa, è passato il Bari delle 13:15, le interrogazioni per oggi sono ufficialmente finite!» Era un orologio svizzero, solo un po’ più rumoroso e con il vizio di far vibrare le lavagne.
Mentre a San Pardo si sopravviveva con l’arte dell’adattamento, dall’altra parte della città si andava finalmente aprendo il futuro: il nuovo e imponente polo di via Mattei, a Matera Nord, ospitava le classi del triennio, le vecchie specializzazioni, corredate da quei laboratori di cui la scuola andava da sempre fiera. Un gigante dall’architettura ambiziosa, nato per accogliere sia le ultime novità dell’epoca, compreso l’ormai lanciatissimo corso Scientifico-Tecnologico del Progetto Brocca, che di lì a poco si sarebbe trasferito, sia i primi veri laboratori d’informatica di ultima generazione.
Sulla carta era il tempio della modernità; nella realtà quotidiana, un capolavoro di “ingegneria climatica” decisamente discutibile. La struttura sfruttava appieno ogni singola stagione dell’anno, ma nel senso peggiore possibile. Le gigantesche ed eleganti vetrate, pensate per dare luce, si trasformavano d’estate in enormi lenti d’ingrandimento capaci di creare un effetto serra da foresta tropicale, mentre d’inverno regalavano all’interno tutto il gelo lucano. A completare l’opera ci pensavano soffitti e solai altissimi: bellissimi da vedere, ma perfetti per far salire tutto il calore in alto e lasciare le gambe degli studenti a temperature polari.
Per qualche tempo, la vita dell’istituto si è svolta proprio così, in un bizzarro equilibrio tra due mondi separati da pochi chilometri ma lontani anni luce per atmosfera. C’erano i professori che facevano la spola tra le due sedi con le cartelle piene di compiti, e gli studenti divisi tra chi tremava a ritmo di treno a San Pardo e chi, in via Mattei, cercava di capire se indossare il piumino in classe o il costume da bagno a seconda del mese.
Se da un lato via Mattei ostentava banchi ancora intonsi e strumenti inscatolati, San Pardo soffriva il peso di arredi visibilmente vissuti, sedie dondolanti e laboratori che portavano addosso le cicatrici tecnologiche del decennio precedente. Ma era proprio lì che avveniva il paradosso più bello: meno le strutture erano all’avanguardia, più lo erano le persone.
Tra quelle mura imperfette si respirava un’atmosfera calda, quasi familiare. Non essendoci la dispersione dei grandi spazi, studenti e professori si incrociavano continuamente, creando una comunità coesa, viva e complice. Ma soprattutto, San Pardo poteva contare su una classe docente straordinaria: un capitale umano d’eccellenza fatto di professori capaci di supplire all’obsolescenza dei mezzi con una passione didattica e una visione pedagogica spaventosamente moderne.
Erano pionieri che non si nascondevano dietro la mancanza dell’ultimo ritrovato tecnologico: insegnavano a pensare, a sperimentare con quello che c’era, a smontare il mondo per capirne gli ingranaggi. In un certo senso, mentre via Mattei offriva l’involucro moderno del futuro, San Pardo ne garantiva la sostanza, dimostrando ogni giorno che la vera innovazione scolastica non cammina sulle gambe dei banchi nuovi, ma sulle idee di chi ci sta davanti.
Poi, nel 2000, arrivò il momento tanto agognato: la chiusura definitiva di San Pardo. Oggi, dove un tempo tremavano le lavagne al passaggio del treno, sorge uno splendido palazzo di edilizia civile; eppure, chi passa da quelle parti sa che quel pezzo di terra è ancora impregnato dell’anima e della storia del “Pentasuglia”.
La fine di un’era coincise però con un capolavoro organizzativo. Adiacente alla sede centrale di via Mattei era stata edificata una nuova struttura destinata, sulla carta, ad accogliere il biennio. Ma qui entrò in gioco la visione illuminata del Dirigente Scolastico, il Prof. Antonio Bonamassa: grazie alla sua disponibilità, quel plesso venne destinato interamente a diventare la sede del Liceo Scientifico-Tecnologico Progetto Brocca.
La nuova casa del “Brocca” nacque sotto il segno di un’epica resistenza. Il primo anno fu duro, durissimo: deficit di linea telefonica, banchi e sedie moderni ancora da allestire, e dotazioni di laboratorio da conquistare sul campo. Ma a colmare ogni vuoto infrastrutturale ci pensò il “capitale umano” traslocato direttamente da San Pardo.
A guidare quella comunità fu chiamato, come fiduciario per lunghi e fondamentali anni, il Prof. Minardi già collaboratore del Dirigente. Con lui non arrivò solo il rigore organizzativo, ma anche pezzi di storia fisica, come una preziosa reliquia laica trapiantata dalla vecchia sede: la leggendaria sedia color sabbia appartenuta al grande Preside Tucci.
Intorno a lui si strinse uno “zoccolo duro” di docenti preparatissimi, motivati e affiatati. Nomi che hanno fatto la storia di quel liceo: i professori Soranno, Daddiego, Rocco, Venuti, Ferri, Caputo, Tardi, il mitico Sanrocco, Casamassima, Chita, Sassone, Linzalone, Racanelli e tanti altri. Ad essi si aggiunsero nuove professionalità come il prof. Cosola. Al loro fianco, un’innovativa “squadra speciale” di collaboratori scolastici d’avanguardia, Leogrande, Simeone e Montemurro, che non si limitavano a far funzionare l’edificio, ma condividevano la trincea quotidiana dei problemi tecnici con un sorriso e un’efficienza d’altri tempi.
Epilogo: I frutti di un’utopia riuscita
Quel lavoro d’équipe, nato nei disagi del primo anno e alimentato da una passione contagiosa, ha ripagato alla grande per oltre un decennio. I due corsi storici, la Sezione A e la Sezione B, non sono stati semplici classi: sono stati una fucina di talenti.
Da quelle aule sono uscite generazioni di studenti eccellenti. Ragazzi che hanno conquistato il mondo professionale in ogni campo: medici, infermieri, ingegneri informatici, ufficiali delle Forze Armate, fino a brillanti carriere nella docenza universitaria.
Nel 2010, quando la Riforma Gelmini ha riordinato l’istruzione superiore archiviando le sperimentazioni autonome, il Progetto Brocca è confluito nel nuovo Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate. Ma la missione era ormai compiuta. Il nuovo liceo si è innestato sul tronco dello scientifico tecnologico assorbendone la linfa vitale.
È stato l’erede legittimo di quella scommessa che, sul finire del Novecento, spiegò al futuro come accomodarsi tra i banchi di scuola: tra un treno che faceva tremare la lavagna e una lezione di computer vissuta col cappotto addosso. A dimostrazione vivente che, perfino tra le vetrate sbalzate dal clima e le sedie traslocate dal passato, la buona scuola l’hanno sempre fatta e la faranno sempre unicamente le persone.
Articolo realizzato con il contributo del prof. Giancarlo Minardi.

Classe del Liceo anni 2000 con i prof. Giancarlo Minardi ed il prof. Nino Sanrocco
